Bullismo anti-gay: negli Usa un nuovo scandalo, in Italia nessuno ne parla

Il bullismo anti-gay è un problema di cui negli Usa si parla molto. Lo ha fatto Ellen Degeneres nel suo show (qui sopra il video) dopo un’ondata di suicidi; lo ha fatto anche Glee, con la storyline di Kurt aggredito da David Karofsky. Ora a riaccendere la discussione è arrivato un articolo di Rolling Stones, One Town’s War on Gay Teens (“Una cittadina in guerra contro gli adolescenti gay”). La città in questione è Anoka, in Minnesota, da dove viene la deputata ultraconservatrice Michele Bachmann. Una che delle crociate anti-gay ha fatto una missione e che per poco non è finita tra i candidati repubblicani per la Casa Bianca.

Il pezzo, scritto da Sabrina Rubin Erdely e purtroppo solo in inglese, è un pugno nello stomaco: racconta come in due anni, nella stessa città, nove adolescenti lgbtq (o percepiti come tali) si siano tolti la vita dopo una serie di sistematiche vessazioni a cui gli adulti non hanno reagito. Qualcuno, come Brittany Geldert, il suicidio l’ha solo tentato, per fortuna senza riuscirci. Un inciso: la giornalista traduce lgbtq come lesbiche, gay, bisessuali, transgender e “questioning”. Ho sempre pensato che “q” stesse per “queer”, invece qui indica gli adolescenti che hanno dei dubbi e si pongono domande sulla loro identità. Bello, no? Anche perché ricopre il novanta per cento degli adolescenti: quella è l’età in cui ci si chiede chi siamo.

Il punto non è il bullismo anti-gay, che esiste ovunque, ma il fatto che il distretto scolastico della cittadina, l’Anoka-Hennepin school district, controllato da associazioni fondamentaliste cristiane di genitori, ha imposto di fatto il silenzio sul tema omosessualità e sulle discriminazioni delle persone lgbt. “Tutto il personale scolastico e tutti i docenti, nello svolgimento dei loro doveri professionali,  devono rimanere neutrali rispetto al tema dell’orientamento sessuale, incluse (ma non solo) le discussioni sollevate dagli studenti”, recitava il regolamento scolastico. La maggior parte degli insegnanti, ricostruisce la giornalista, per paura di essere licenziata evitata qualsiasi reazione contro le vessazioni anti-gay. I racconti dei ragazzi, che andavano a chiedere aiuto e si vedevano guardare in silenzio, o si sentivano rispondere con un “lascia stare” di fronte agli abusi, sono lancinanti.

“Dopo che qualcuno ha urinato addosso a Kyle Rooker all’interno di uno dei bagni dei ragazzi, un assistente del direttore gli ha detto: ‘Probabilmente era acqua’”, scrive Sabrina Rubin Erdely.  Il dodicenne “Dylon Frei si è visto recapitare in foglietto con scritto: ‘Vattene da questa città, frocio’; quando un’insegnante ha intercettato una di queste note, si è limitata a buttarla via”. Le associazioni evangeliche organizzavano ogni anno un “Giorno della verità” il cui scopo era riportare i gay sulla retta via dell’eterosessualità e farli pentire dei loro peccati.

Al Gay Pride, MilanoUn altro studente, che ha denunciato per due anni alle autorità scolastiche le molestie anti-gay a cui era sottoposto, si è sentito suggerire da parte di funzionari scolastici di cambiare scuola, perché lì non lo potevano proteggere. E via così. Adesso cinque studenti, con il supporto di associazioni lgbt, hanno fatto causa al distretto scolastico, accusandolo di non aver fatto niente per fermare il bullismo e le discriminazioni. Il distretto respinge le accuse. Sul caso decideranno dei giudici.

E’ una storia che più americana non si può. Eppure mi ha colpito, e tanto. Perché – “Giorni della verità” a parte – quello che è successo ad Anoka, succede tutti i giorni in moltissime, troppe, scuole italiane. Da noi, però, non serve un regolamento che vieti di affrontare l’argomento. Molti insegnanti non ci pensano nemmeno, spesso perché condividono gli stessi pregiudizi anti-gay.

Quando la scuola l’ho fatta io, qualche anno fa, nessuno parlava di questi temi. E c’erano persino insegnanti che alludevano alla presunta omosessualità di qualche studente come se fosse una colpa. Ora,  so di iniziative a Roma e in Toscana, le cose in parte sono cambiate. Ma ho l’impressione che in provincia spesso l’unica barriera al bullismo anti-gay sia la sensibilità personale degli insegnanti, non una cultura diffusa. E c’è una cosa che è scientificamente riconosciuta: i bulli se la prendono con i deboli, con le persone prive di sostegno nell’ambiente che le circonda. Non dire niente contro le prese in giro, per quanto innocenti possano sembrare, significa rinforzare l’atteggiamento discriminatorio. Anche nelle vostre scuole era così? Spero che adesso davvero qualcosa sia cambiato.

Ps: Tyler Clementi, a cui si riferisce il video all’inizio del post, non è stato ripreso e messo online, ma “solo” spiato. La vicenda è complessa e la ricostruisce, a distanza di oltre un anno, il New Yorker.

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